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Triora

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triora

 

Arroccata su un colle tra fitte foreste, nel cuore dell’aspra e selvaggia Valle Argentina, Triora è famosa come il “paese delle streghe”. Dalle antiche origini romane (il nome deriva dal latino tria, che si riferirebbe alle tre bocche del Cerbero raffigurato sullo stemma comunale), tuttavia questo piccolo borgo sperduto dell’entroterra ligure balzò agli onori della cronaca soltanto nel XVI secolo, allorché vi si compì il più celebre “processo alle streghe” della storia italiana. Si trattò di una vicenda piuttosto complicata, che vide fronteggiarsi diverse autorità e che tenne a lungo col fiato sospeso la popolazione locale. Tutto cominciò nella maledetta estate del 1587, quando Triora fu colpita da una tremenda carestia che ridusse gli abitanti alla fame e li rese via via più esasperati, finché un dì, nella piazza centrale, venne convocata una seduta straordinaria del Parlamento. Qualcuno aveva fatto notare che alcune donne erano solite riunirsi a notte fonda nel Casale della Cabotina, una località isolata, fuori dalle mura del paese, presso cui si trovavano delle fonti. La Cabotina (o Ca’ Botina), tuttora esistente, è un sito oscuro e minaccioso, che continua a mettere paura, anche per l’alone di leggenda che ormai lo investe. Ebbene, nella fervida fantasia popolare, cui si aggiungevano un’ignoranza tetra ed una superstizione fortissima, era facile immaginare queste misteriose donne come autrici di chissà quali misfatti. Si iniziò così a parlare di rapimenti di infanti e di altri gravi delitti, e poi più insistentemente si fece largo fra il popolo una voce che indicava quelle che vennero subito considerate “bagiue” (come qui venivano chiamate le streghe) come le responsabili della drammatica situazione di carestia. In realtà la Cabotina era situata in campagna, nella zona più povera di Triora, in cui le donne erano semplicemente tenitrici di una sapienza antica che le rendeva abili all’uso delle piante e dei rimedi naturali, abitudini già allora ormai perdute nella società aristocratica e genericamente “cittadina”: le loro usanze non erano insomma comprese e quindi demonizzate. Ad ogni modo, con il compito di processare gli eventuali colpevoli, vennero convocati dal Podestà due vicari inquisitori che, feroci e spietati, si dettero all’arresto e alla tortura di numerose donne e inizialmente addirittura di un fanciullo, tutta povera gente di campagna: bastava un semplice sospetto di chicchessia per essere imprigionati e le prove erano superflue. In un contesto di psicosi generale, le accuse si moltiplicarono a dismisura, iniziando però a coinvolgere anche esponenti delle famiglie ricche di Triora. A quel punto, essendo noti alcuni ingiustificabili decessi già avvenuti nelle carceri degli aguzzini e cominciando a serpeggiare un certo malumore fra i Trioresi, ormai terrorizzati dalla furia degli inquisitori, il Consiglio degli Anziani si mosse per porre fine a quella che ormai si palesava come una tragedia. In contrasto con il Podestà, gli Anziani scrissero al Doge di Genova affinché il processo venisse sospeso e fosse pervenuto a Triora un controllo sull’operato dei due vicari assassini, sottolineando peraltro come le presunte ammissioni di colpa da parte delle accusate nascevano dall’uso indiscriminato dei tormenti che elle subivano. Il governo genovese accolse seriamente le recriminazioni degli Anziani e gli inquisitori corsero ai ripari dichiarando al Doge che non avrebbero arrestato altre “streghe” e che si sarebbero limitati a quelle già arrestate. Era uno squallido compromesso per continuare a perpetrare violenze e a soddisfare la propria sete di sangue. Se il Consiglio degli Anziani sembrava accettarlo, tuttavia lo stesso Parlamento, che aveva sostenuto il processo, cambiò rotta e chiese al Doge di fare chiarezza attorno alla vicenda: ma passarono alcuni mesi, poiché oramai il caso rappresentava uno scontro fra poteri forti. Nel giugno del 1588 finalmente Genova mandò a Triora un “commissario speciale”, il cui compito sarebbe stato quello di accertarsi della reale situazione. Ma la scelta non fu di quelle più avvedute, tant’è che l’incaricato si rivelò ancor più crudele e dissennato dei due vicari precedenti. Si Trattava di Giulio Scribani, un folle misogino che, lungi dal riportare serenità al paese, fece precipitare tutta Triora nel terrore più cupo. Lo Scribani, infatti, accusò addirittura altre innocenti, sia trioresi sia dei villaggi limitrofi, incarcerandole e sottoponendole ai supplizi più atroci. Alla fine, egli propose la pena di morte tramite il rogo per molte delle accusate, ma il Doge, esterrefatto dall’atteggiamento di Scribani, inviò un ulteriore commissario, il quale però, ostacolato da due giudici in mala fede, non riuscì a screditare la sentenza del rogo. La svolta all’intricata vicenda venne soltanto grazie all’intervento del Padre Inquisitore di Genova, il quale, personalmente irritato per il non essere stato ancora interpellato in un caso che aveva provocato cotanto scalpore, decise di terminare il processo, in accordo con il principio «di conservare la vita a sudditi della Signoria». In seguito le numerose carcerate vennero rilasciate ma non si hanno documenti che attestino il loro effettivo ritorno a casa.

Con una storia del genere alle spalle, si può facilmente intuire come Triora non sia un luogo “normale”. Il borgo, spesso avvolto dalla nebbia e rimasto semi-abbandonato per anni, è come sospeso tra magia e realtà e oggi rinasce proprio nel segno delle streghe, attrazione per il turismo. Ma le streghe, se proprio così vogliamo chiamarle, sopravvivono nell’essenza del paese e ne segnano la memoria popolare. Molti sono i luoghi legati alle bagiue, innanzitutto la già citata, ed ormai famosa, Cabotina, il cui toponimo avrebbe dato il nome a quella che secondo la tradizione fu l’ultima strega di Triora, Cabotino. Il casolare, oggi ridotto a spettrale rudere, emana un fascino inquietante, e sono molte le testimonianze di chi vi ha visto luci improvvise accendersi intorno e di chi vi ha sentito provenire voci e suoni raccapriccianti… Fenomeni simili a quelli che pare accadano presso altri luoghi frequentati dalle streghe, come la Fontana di Campomavùe e la Fontana della Noce, sempre fuori dell’abitato; più lontano, il misterioso Lagu Degnu, un pittoresco laghetto artificiale, è ritenuto un antico covo di fattucchiere. Il ricordo delle streghe è ancora così vivo che addirittura si dice che chi giunga nei pressi di Campumavue o Lagudegnusi faccia il segno della croce e che molti preferiscano non avvicinarsi alla Cabotina o agli altri casali in cui si crede si adunassero le “malefiche” megere.Altri siti intriganti quanto insoliti sono senz’altro il Monte delle Forche, ove la tradizione vuole che crescesse la mandragora dal seme degli impiccati, pianta ovviamente utilizzata dalle streghe del posto, oppure il vecchio Cimitero, in posizione panoramica, sorto sui resti di un’antica fortificazione. All’interno del borgo, invece, si dice che le bagiue usavano passeggiare in Via Dietro la Chiesa, mentre provoca sensazioni angosciose il transitare di fronte alle case che vennero adibite a carcere e a sale di tortura (soprattutto in Via San Dalmazzo), tutt’oggi riconoscibilissime dalle inferriate esterne, fra cui spicca la Casa del Meggia, situata in Piazza San Dalmazio, detta anche Ca’ de baggiure e Ca’ di spiriti. Sempre legato alle bagiue è infine il Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria, che ripropone un ricco campionario di reperti della civiltà contadina e di documenti relativi alla caccia alle streghe, con ricostruzioni di scene di tortura: a tal proposito, particolarmente suggestiva è la Sala 14, dedicata al tema della “Stregoneria”.

Per il resto, Triora appare come un tranquillo borgo di collina, a tratti assai ben conservato con i suoi pregevoli portali, e comunque molto pittoresco anche per la presenza di numerose case in abbandono, che le danno l’aspetto di una sorta di “città quasi morta”. Sarà l’effetto delle streghe o forse quello del classico fenomeno di spopolamento montano che ha colpito l’Italia nel Dopoguerra? O forse il risultato delle distruzioni operate qui dai Tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale? Chissà, in ogni caso, a Triora, la sera a molti fa decisamente paura: passeggiare tra i vicoli bui e sobbalzare ad ogni suono, osservare gli strani simboli e le inquietanti figure scolpite sulle abitazioni nel corso dei secoli, può risultare un’esperienza davvero intensa. E non sono pochi coloro i quali preferiscono visitare Triora soltanto di giorno, magari per poter ammirare i ruderi del castello duecentesco, le belle chiese del paese (su tutte la Collegiata e la campestre Chiesa di San Bernardino del XII secolo) o per meglio godere dei fantastici paesaggi della Valle Argentina, che riappacificano l’animo e lo rendono più consapevole della maestosa bellezza e feconda generosità della Natura, in contrasto con gli orrori che troppo spesso l’uomo, nella sua misera storia, ha saputo compiere.




APPUNTI DI VIAGGIO




Municipio
Tel. 0184 94049
Fax 0184 94164
E-mail comunetriora@libero.it

Ufficio Informazioni Turistiche - Pro Loco
Tel. 0184 94477


Informazioni Utili



Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria: il museo segue è aperto dal 1 novembre al 31 marzo tutti i giorni con orario 14.30-18.00. Sabato, domenica e festivi dalle 10.30 alle 12.00. Dal 1 aprile al 31 ottobre aperto tutti i giorni con il seguente orario: 15.00-18.30. Sabato e domenica nei mesi di agosto e settembre aperto anche di mattina con orario 10.30-12.00. Per maggiori informazioni potete rivolgervi al numero 0184 94477.

Link


www.comune.triora.im.it

www.triora.org




Come arrivare:

Autostrada A10-Genova Ventimiglia, Uscita Arma di Taggia e seguire poi le indicazioni per Triora (Strada Statale 548).


Nei dintorni:

E’ d’obbligo una visita a Molini di Triora, borgo medievale che fu coinvolto non meno di Triora nella caccia alle streghe e che conserva molti luoghi anticamente frequentati dalle bagiue. In lacune botteghe addirittura i prodotti tipici vengono venduti da negozianti travestite da streghe. Interessanti anche i diversi mulini ad acqua intorno al paese e le due frazioni di Andagna e di Corte.


 

 

 

 

 

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